La Comunità e l'Associazione dei Sistemisti Informatici della Pubblica Amministrazione

Ilger

Quando la P.A. “troppo” trasparente diventa invisibile

amministrazione trasparente

Il varo della nuova legge anticorruzione è stato uno spunto per ragionare sulle attività che in generale vedono impegnati i centri elaborazione dati della pubblica amministrazione italiana. In effetti, ormai da diversi anni, non c’è normativa varata che non interessi in qualche modo l’attività dei c.e.d. della 

P.A.  Purtroppo l’enorme mole di nuove attività e di adempimenti di tipo informatico in carico agli Enti, non è stata accompagnata, neppur minimamente, dai necessari investimenti umani  e strumentali.

Ebbene, preso atto dello scenario costituitosi, ci si chiede quante fra le attività demandate agli uffici pubblici    - e ai c.e.d. in particolare -    siano effettivamente produttive e quante altre, invece, siano frutto di operazioni di lifting o (peggio ancora) di manovre autoreferenziali che scarsa o nulla rilevanza hanno nella vita di tutti i giorni dei cittadini italiani.

Molte delle azioni in argomento sono state varate sull’onda della lotta senza quartiere alla corruzione: “Amministrazione trasparente”, “Soldipubblici.gov.it”, le pubblicazioni dei dati legate alla legge 190/2012 “Legge Anticorruzione”,  “AcquistinRetePA”,  “PerlaPA”,  “AVCPass”, “Simog” ed altri ancora si sono rivelati interventi  parziali,  in molti casi ripetitivi, spesso affetti da errori macroscopici.

Ad esempio, esaminando i dati presenti nella piattaforma “Soldipubblici.gov.it” ci si accorgerà immediatamente della loro assoluta incongruità, frutto del non corretto allineamento dei codici SIOPE dei bilanci dei singoli Enti, o se si volesse fare il punto sull’operazione “Amministrazione trasparente” (pubblicizzata come la panacea contro la corruzione e il mal governo) ci si renderebbe conto che di fatto la stessa si è rivelata una bolgia infernale di pagine web e di dati frutto della individualità creatività, organizzativa e interpretativa di ciascun ente.

Il risultato  immediatamente verificabile è che non ci sono due siti web di enti pubblici italiani nei quali i dati sono organizzati in modo simile, per cui un confronto agevole diventa quasi impossibile.

Non è perciò un caso che le pagine dell’ “Amministrazione trasparente” siano oggetto, in media,  del 2% delle visite complessive del sito web istituzionale di una P.A. di medie dimensione.

Tragicomico è poi rilevare come le norme vigenti impongano che lo stesso dato sia inserito: in “Amministrazione trasparente”; nei dati pubblicati relativi alla L. 190/2012; nella piattaforma “Acquistinrete”; nell’AVCPass  e così via. 

E’ legittimo chiedersi quindi se tali disfunzioni (o meglio tali sperperi) siano frutto dell’assenza di una regìa politica sugli interventi varati per la trasparenza amministrativa.

Urge pertanto una razionalizzazione, per almeno due ordini di motivi: in primo luogo la P.A. italiana non può permettersi di sprecare centinaia di migliaia di ore uomo in attività ripetitive, scoordinate e pertanto inutili; in secondo luogo, se si vuole fare vera trasparenza è indispensabile realizzare strumenti per l’auditing semplici che consentano una confronto omogeneo dei dati osservati.

E’ una chimera ?  No.

Bisogna in primo luogo prendere spunto dalle esperienza positive.

Pensiamo anzitutto alla piattaforma “AcquistinretePA” di Consip: sebbene lo strumento informatico debba essere migliorato, è indiscutibile che, per le categorie merceologiche previste, la stessa è ormai ampiamente usata. Ciò significa che le procedure di appalto (dal bando al contratto di aggiudicazione) di tutte le P.A. italiane, per tali categorie merceologiche   - al netto dei dati delle centrali di committenza decentrate -    sono già negli archivi di Consip. Allora perché non spingerci verso tale soluzione, integrando le categorie merceologiche mancanti (ivi compresi i lavori) ed adeguando la piattaforma per ospitare le tipologie di affidamento non previste ed i dati post-contratto utili per il monitoraggio dell’ultimazione dell’appalto? Ed infine perché non far confluire su tale piattaforma, con gli strumenti della cooperazione applicativa, i dati in possesso delle centrali di committenza decentrate?

Il risultato che si otterrebbe è che in un unico dominio applicativo sarebbero presenti i dati oggi disseminati nelle numerose piattaforme previste. Ciò consentirebbe una vera trasparenza sulla spesa degli appalti della P.A. sia per la completezza che per fruibilità dei dati  -  ma anche e soprattutto un risparmio enorme in termine di  ore/uomo impiegati.

Certo il lettore più attento e smaliziato  si chiederà: ma giusto per iniziare,  come mai i dati già in possesso a Consip non sono fruibili in “opendata”……………?

Con soluzioni simili si dovrebbe agire per gli altri dati oggi frammentariamente caricati nelle decine di piattaforme sopra menzionate: concentrare su uno o due portali al massimo i dati da pubblicare osservando i criteri fondamentali della “normalizzazione informatica” (eliminazione delle ridondanze e coerenza dei dati).

Peraltro molti dei dati necessari sono già presenti nei software gestionali dei singoli enti, per cui è indispensabile varare delle direttive che, in modo stringente, costringano le P.A. a dialogare informaticamente tra loro utilizzando il sistema della interoperabilità e  della cooperazione applicativa dei back-end. In sostanza si stabilisce quali servizi (e in che modalità) ciascun attore della P.A. debba esporre  o poter consumare, per consentire lo scambio di dati e informazioni e l’utilizzo degli stessi nella propria logica applicativa.

Insomma la ricetta è presto fatta: razionalizzazione, normalizzazione, cooperazione dei back-end    - ed una buona regìa -    per evitare che la P.A. “troppo” trasparente diventi invisibile.

Fabio Puglisi

@fabiopuglisi

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